Una scuola per saper fare

Nel nostro nome, Koinonia Giovanni Battista, è contenuta la nostra vocazione, quella di preparare la strada al Signore (cfr. Mt 1,3). Concretamente si tratta di promuovere la Nuova Evangelizzazione che sia però nuova. Per questo serve il kerygma, l’apertura all’azione dello Spirito Santo ed un’intensa vita delle relazioni comunitarie. A questo scopo è sorto il Livello basico dell’Ateneo per preparare evangelizzatori e missionari creativi e capaci di testimoniare Gesù Risorto, in diversi luoghi del mondo nonostante le diversità culturali. In altre parole servono fratelli e sorelle capaci di guidare corsi di evangelizzazione e proporre programmi di evangelizzazione, cioè scuole di evangelizzazione locali.
La particolarità però non sta nel trasmette nozioni come sia in una classica scuola di teologia; non ci interessa insegnare, trasmettere idee e poi valutare quanto lo studente abbia studiato. Ciò che ci sta a cuore è insegnare ad insegnare; questa è la qualità della nostra formazione. Non cerchiamo catechisti che solo conoscano, ma evangelizzatori che sappiano trasmettere il Vangelo e insegnare ad altri a fare lo stesso. Solo così il Vangelo raggiungerà gli estremi confini
della terra. Non si tratta si aumentare il sapere o professori del sapere, ma moltiplicare missionari.
Usando una immagine potrei dire che non ci servono sapienti analisi che ci indicano che oggi manca la luce; ci servono persone che sappiano accendere la luce e ci indichino dove si trova l’interruttore. Di fatto l’abilità più richiesta oggi è saper fare.
Un buon evangelizzatore deve possedere quegli strumenti teorici, pratici e, soprattutto, esistenziali che lo rendono capace di fare.

“Sapere”, “saper fare” e “saper essere” sono le tre linee della formazione all’evangelizzazione.

Per noi “sapere” indica possedere una buona conoscenza della metodologia attiva partecipativa che si usa nella scuola di evangelizzazione, fondamentale per poter orientarsi nella nostra missione di annunciatori del kerygma.

Il “saper fare” significa porre attenzione alla pratica. L’abilità di guidare i corsi, di gestire attività di evangelizzazione e di animare la vita comunitaria richiede un lavoro sul campo. La scuola allora diventa una palestra dove impariamo a come giocare la grande partita dell’evangelizzazione. Si tratta non solo di studiare il cosa, ma apprendere il come fare. E questo lo si può fare solo sul campo, provando e, anche, sbagliando.

Ma in tutto questo non dobbiamo dimenticare un aspetto fondamentale che è quello di “saper essere”. Sapere essere discepoli e missionari nello stesso tempo, persone capaci di amicizia con Gesù Risorto e tra di noi. La tentazione più forte è sempre quella di trasformarci in professionisti dell’evangelizzazione e confondere metodologia con fede. Se mi chiedessero come defi nire la nostra scuola, la parola più adatta sarebbe “laboratorio”. Un laboratorio dove si più
apprende solo se più ci impegniamo, più collaboriamo, più condividiamo. Diversamente non sarebbe una scuola della Koninonia.
La sfida è crederci, senza mai cadere nella tentazione intellettualistica, ma avere il coraggio di rimanere al fondamento: insegnare ad insegnare il kerygma.

Miriam Olejnik